chiara carugati

cervoconiglio

Critica

Vivere il corpo in maniera esplicita è l’unica maniera di liberarlo dall’oppressione e dalla quotidiana, agognante ricerca della conservazione. L’automazione lacera la nostra essenza. Sostenere il valore inconscio delle immagini: destare la capacità di captarne l’ombra metafisica, misteriosa. Approfondire, esaminare, rielaborare ogni visione è combattere ogni forma di banale imitazione.

Nella pittura si snoda una poetica frammentata del femminile, motivata da un’interiore ricerca spirituale che trova forma in poliedriche manifestazioni dell’essere donna. Una poetica in cui il gioco tra introspezione ed espressione, inspirazione ed espi(r)azione, guida l’occhio affascinato dello spettatore attraverso le personalissime proiezioni dell’animo dell’artista, che si riecheggiano di tela in tela dando vita a un gineceo dell’Io franto, sospeso, interiorizzato. I molteplici volti della pittrice fissano lo sguardo in quello dell’astante offrendogli la nudità di corpi-mosaico, corpi-languore, corpi-squame che – apparentemente muti – celano monologhi segreti della coscienza, rivoli di parole che sgorgano da bocche chiuse e percorrono le fenditure dei luoghi inconciliabili, unendo labbra con occhi, mani con seni, tempie con petali appassiti, muscoli con fasci di luce. Il dramma del non detto si manifesta in gesti pietrificati, bocche sigillate, ostentate esplosioni di colore, simulando una congiunzione tra l’introspezione più individuale e l’espressione figurativa più universale. Se la parola è muta, la scissione dell’Io e la successiva ricostruzione per audaci ricomposizioni è l’unico tramite per rivelare l’indicibile ambiguità uterina.

La più recente produzione della pittrice propone come nuovi protagonisti gli animali, L’immagine di solitudine, tristezza, dolore, abbandono. Maestosità e bellezza (dell’animale) espresse con forza, soluzioni cromatiche audaci in un contesto paesaggistico quasi inesistente, sublimato.

A. Orsini